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Jan Fabre: il lato oscuro del sublime al centro di una grande mostra diffusa

JAN FABREUna carriera di oltre quarant'anni, fra arte figurativa e rappresentazione artistica (di lui si vedono grandi mostre ma anche importanti spettacoli teatrali), Jan Fabre torna a Napoli e questa volta non si può negare che lo faccia in grande stile. Quattro sedi espositive, il Museo di Capodimonte, Studio Trisorio, il Pio Monte della Misericordia, senza dimenticare “L'uomo che misura le nuvole”, che torna sul terrazzo del Museo MADRE, per la mostra diffusa dal titolo “Oro Rosso”, a cura di Melania Rossi, che inaugura sabato 30 marzo (da Studio Trisorio il 29) e in esposizione nelle rispettive sedi fino al 15 settembre 2019.

Materiale vivo/non vivo, ibrido fra animale e vegetale, per “oro rosso” si intende il corallo. E di corallo sono fatte le preziosissime opere che vanno a comporre parte del  corpus di Capodimonte, eseguite su guida dell'artista dagli artigiani di Torre del Greco, città d'eccellenza mondiale nella lavorazione di questo materiale. La serie di cuori, croci e teschi dal forte significato simbolico, un simbolismo a cui Fabre spesso fa capo, ben dialoga con le opere barocche, rinascimentali e manieristiche presenti nelle quattro sale del secondo piano del Museo. Spiega Stefano Causa, che ha curato e allestito nello specifico l'esposizione di Capodimonte: “Fabre si dedica anche in questa occasione al tema della metamorfosi, cambiando destinazione e funzione dei materiali e raccontando attraverso questi una storia fatta di sangue, ironia macabra e giochi di illusione. Utilizza i metalli e i materiali preziosi per ricreare, nella sua personale cifra, l'interno di una tomba egizia”.

JAN FABRE 1 Oro rosso

A Capodimonte, alle opere in corallo si affiancano quelle in oro e i lavori pittorici creati col sangue, parte di una produzione che dagli anni '70 ha tenuto l'artista occupato fino ad oggi.  La preziosità del mezzo espressivo è imprescindibile dal concetto: il simbolismo di Fabre è legato quindi indissolubilmente al materiale scelto.

Sembra quasi impossibile parlare delle opere di Jan Fabre senza far riferimento all'inusualità dei materiali utilizzati, e parliamo infatti di materiali anche nel caso delle opere che compongono l'esposizione ospitata da Studio Trisorio a Chiaia. “Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo” ci svela fin dal titolo a chi si è ispirato l'artista e il tema trattato. Il Congo è stato colonia belga fino ai primi anni '60 del Novecento, un vero e proprio “Giardino delle delizie” (e i simboli che richiamano al capolavoro boschiano sono copiosi nelle opere qui esposte) di cui l'uomo bianco sfruttò il territorio e le persone. Ed è così che i bassorilievi creati interamente dalla certosina sovrapposizione di migliaia di scaglie cornee iridescenti derivanti dalle ali degli scarabei, dalle splendide sfumature ottanio, cobalto, smeraldo e oro, riproducono scene atroci di fustigazioni, sevizie, umiliazioni, fra cui si scorgono le figure simboliche care a Hieronymus Bosch e allo stesso Fabre. Si resta sorpresi in primo luogo dalla magnificenza di quel tripudio di colori che ricoprono ogni cosa, successivamente si resta sorpresi di provare tanto piacere nel star lì ad osservare scene di disumana crudeltà. Restiamo così intrappolati nella rete dell'artista: costretti a chiederci se ciò che rapisce il nostro sguardo è la bellezza crudele o la crudeltà della bellezza.

JAN FABRE 2 Bosch

Se la sovrapposizione di migliaia di ali di scarabeo può sembrare una dura prova, non lo è sicuramente quanto il confronto con l'opera di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi: Caravaggio. A tale prova Jan Fabre risponde con “L'Uomo che sorregge la Croce”, l'istallazione in cera che si colloca al centro della Chiesa del Pio Monte e rivolta verso “Le sette opere della Misericordia” di Caravaggio. L'opera rappresenta lo stesso artista, in dimensioni reali, che tiene in equilibrio su una mano una grande croce. Lo sguardo dell'artista è rivolto all'opera, la cerca, ma il corpo arretra, come se, al tempo stesso, ne provasse timore. È proprio l'atteggiamento del corpo che rende tutto il senso dell'opera di Fabre: un atteggiamento di attrazione e contemporaneamente di incertezza. Di cosa dubita l'artista? Della propria fede nell'arte o di quella nell'uomo?

JAN FABRE 3 Pio Monte

Alla stessa serie de “L'Uomo che sorregge la Croce” appartiene anche l'opera “L'uomo che misura le Nuvole”, esposta al Museo Madre. Lo spunto per la creazione di quest'opera risiede nella particolare storia di Robert Stroud, criminale statunitense detenuto negli anni '50 nella prigione di Alcatraz, divenuto famoso per la sua passione per gli uccelli e in particolar modo per i canarini, a cui dedicò intensi studi e che lo portarono ad individuare terapie per malattie che li riguardavano fino ad allora ritenute incurabili. L'ornitologo affermò in più di una occasione che il suo passatempo preferito ad Alcatraz era quello di “Misurare le nuvole”. Questo pensiero così poetico partorito dalla mente di un criminale ha attratto l'attenzione dell'artista che a questa idea ha dato un'immagine, realizzando la scultura. Il concetto di indissolubile coesistenza di malvagità e purezza, orrore e grazia, che ricorre nel pensiero artistico di Fabre, qui si unisce in un rivoluzionario slancio di fiducia nella natura dell'uomo, nella sua capacità di assoldarsi da tutto il male che è in grado di procurare attraverso l'arte e la poesia. Non a caso, differentemente dal solito, la statua non ha le sembianze dell'artista ma quelle che grossomodo avrebbe avuto il fratello Emiel, morto all'età di cinque anni, se fosse vissuto. “L'uomo che misura le nuvole” è quindi un'ode alle potenzialità inespresse, quelle che non potranno mai deludere o recar danno, all'intoccabile nucleo buono che risiede nel profondo dell'animo umano.

JAN FABRE 4 L Uomo che misura le nuvole

L'Autore
Si occupa di promozione, strategia di comunicazione e management nel settore arte e cultura. Cura mostre di arte contemporanea ed eventi culturali.

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